Intelligenza Artificiale e Diritti Umani

Artificial-Intelligence-and-Disruptive-Technologies_gallerylargeQuando e come si può definire consapevole un robot?

 

È un’epoca parecchio strana questa! Se da un lato ci sono esseri umani che si tuffano di testa dentro la realtà virtuale per potersi sentire “vivi” (l’ho accennato nell’editoriale di giugno 2016), dall’altra parte c’è chi, come Marcus Du Sautoy, professore e matematico all’università di Oxford, paventa un futuro in cui ci ritroveremo a dover riconoscere diritti umani a macchine, robot e intelligenze artificiali di varia natura.

Questo perché, secondo l’eclettico studioso, non è detto che computer e robot non sviluppino in futuro una coscienza -o che già non ne siano dotati. La sua tesi si basa sul fatto che, grazie agli strumenti odierni, siamo in grado di “misurare” la coscienza e in futuro potremmo ritenere “vivi” i dispositivi tecnologici da cui siamo circondati. Du Sautoy è convinto che l’intelligenza artificiale potrebbe raggiungere presto il punto di svolta in cui la vita ha inizio.

«Siamo vicini al punto in cui, un giorno, potremmo dire che tutto ciò ha un suo senso -sostiene il matematico- e potrà accadere che si oltrepassi la soglia oltre la quale, all’improvviso, emerge una consapevolezza. Una delle questioni su cui pongo l’accento nel mio libro (“What we cannot know”, al momento non tradotto in Italia, ndr) è come possiamo sostenere se il mio smartphone sarà mai dotato di coscienza.

La cosa affascinante è che per una decade la coscienza è stata qualcosa a cui nessuno si è mai avvicinato nemmeno lontanamente, perché non sapevamo come misurarla. Ma questa è per noi l’età dell’oro. È un po’ come Galileo con il suo telescopio. Ora anche noi abbiamo il nostro “telescopio” all’interno del cervello e ci è data l’opportunità di vedere cose che prima non siamo mai stati in grado di vedere. E se comprendiamo che queste cose hanno un loro livello di consapevolezza, allora dovremmo decisamente riconoscere loro dei diritti. È un’epoca eccitante.»

Fino a poco tempo fa, il metodo più utilizzato dagli scienziati per valutare l’intelligenza di un sistema computerizzato era i cosiddetto test “Turing”, dal nome del matematico Alan Turing che escogitò un esperimento sul pensiero, per mezzo del quale si poteva teoricamente determinare se una macchina avesse facoltà di pensiero. Nello specifico, Turing sosteneva che qualsiasi macchina in grado di convincere qualcuno di essere cosciente, rispondendo a una serie di domande attraverso una telescrivente, sarebbe senza dubbio capace di pensare.

Turing non aveva certo alcuna intenzione di generalizzare rispetto alla natura del pensiero e, nella sua visione, il pensiero di un uomo non è certo sovrapponibile al pensiero di un robot. La questione su cui voleva far luce Turing riguarda la forma di pensiero, nelle sue innumerevoli sfaccettature e sfumature. Qualsiasi cosa in grado di passare il test “Turing”, è capace di pensare, in qualche forma.

Da qui alle attuali tesi di du Sautoy e colleghi, il passo è stato ben lungo. Oggi si pensa ai robot come entità che possiedono il senso del sé ogni qualvolta, guardandosi allo specchio, si riconoscono. In questo modo, è evidente che le recenti scoperte in materia di intelligenza artificiale e neuroscienze hanno di gran lunga superato la  questione morale.

Non c’è dubbio che tali scoperte possano in qualche modo (che ancora non è dato sapere fino in fondo) essere di grande aiuto all’evoluzione della natura umana. Una domanda, però, dovremmo porcela: a che punto una forma qualsiasi di intelligenza artificiale è così avanzata da doverle riconoscere la natura di entità cosciente, di essere senziente e riconoscerle di conseguenza i relativi diritti. Quando e come si può definire consapevole un robot?

Molti esperti sono convinti che arriveremo al punto tra una cinquantina di anni. Nel frattempo, potremmo cominciare a valutare le infinite ipotesi che possono scaturire nei prossimi anni dalla direzione che è stata presa.

Non si tratta di concedere qualcosa a cui in fondo molti umani hanno già rinunciato. E cosa dovrebbe farci sentire in diritto di concedere pari diritti a chicchessia, quando noi stessi non siamo in grado di difendere quelli che riteniamo essere nostri per privilegio di nascita? No, lascio la questione a menti illuminate e, per quanto mi riguarda, continuo a crogiolarmi nella mia grassa ignoranza.

Sposto deliberatamente (e forse anche un po’ vilmente) l’abbagliante luce dell’occhio di bue su altro, ossia:

da un lato abbiamo chi suggerisce di riconoscere diritti umani alle creazioni artificiali e alle loro potenzialità di simulare realtà altre, realtà virtuali, in cui le immagini restano su un piano non tangibile con il più grande organo che natura umana abbia mai avuto a disposzione: la pelle; dall’altro, centinaia di migliaia di persone si immergono prepotentemente in questa realtà, che è governabile da quella stessa intelligenza virtuale di cui sopra. Fino a che punto l’umana natura potrà ancora definirsi unica detentrice del senso del sé e, dunque, in grado di operare scelte consapevoli?

Qui è il punto. Siamo circondati da intelligenza artificiale, le nostre vite sono strettamente connesse a intelligenze artficiali di varia entità e natura. Cosa ci distinguerà? Cosa ci permetterà di essere ancora “umani”. Forse, per chi avrà il coraggio di mantenerla in vita, quella capacità di immedesimazione che chiamiamo empatia. Che, almeno per quanto ci è dato sapere, al momento non è stata registrata nei cervelli artificiali.

Fonti: http://www.telegraph.co.uk/science/2016/05/29/computers-could-develop-consciousness-and-may-need-human-rights/

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