Con la voce, per lenire

NOTE E SUONOs

Noi non controlliamo la nostra voce, quasi mai. Questo è un dato di fatto, peraltro facilmente verificabile mentre si leggono queste righe. Basta riandare con la memoria a quante volte nell’ultima settimana ci siamo preoccupati dell’effetto che avevano, non tanto le nostre parole, quanto il suono con cui le pronunciavamo. Credo che per la maggior parte di noi la risposta sia: “Veramente non mi sono mai preoccupato di questa cosa…”.

La nostra mente è strutturata per comprendere il significato delle parole, la loro semantica, sintassi e pragmatica. Ma come nel caso delle onde radio, è possibile modulare un’onda portante in modo che trasporti un’informazione più complessa e variegata come una trasmissione radiofonica in stereofonia, allo stesso modo la nostra voce non porta solo il significato di ciò che diciamo ma anche il suono con cui lo facciamo e, con esso, il messaggio emotivo, solo per parlare di qualcosa di semplice.

E come tutti possiamo comprendere da casi reali della nostra vita, l’emozione che viaggia con le parole ha un significato a volte più importante di quello delle parole pronunciate.

Cos’è un messaggio parlato senza il sentire che si trasmette dal cuore o dal nostro interno al cuore o all’interno di chi ci ascolta? Nulla! Nient’altro che parole che possono essere fraintese facilmente (l’italiano in particolare è una lingua in cui l’equivoco è sempre dietro l’angolo!).

Eppure noi spessissimo non diamo retta a quello che esce dal nostro interno, modulato sulla portante della nostra voce. Ben sanno questo coloro che invece studiano questo aspetto della realtà, facendone, magari, strumento di gestione degli altri.

Imparare ad utilizzare la voce per esprimere quello che sentiamo è un passo importante e al contempo non è nulla se non siamo in grado di essere consapevoli di ciò che si muove al nostro interno.

Ma usare il suono gioca un ruolo importante anche in questo aspetto. Imparare a farlo infatti significa obbligatoriamente imparare a guardarsi dentro. E nel momento in cui sentiamo la nostra voce uscire dalla nostra bocca, se stiamo davvero studiando questo aspetto della vita, scatta una sorta di osservazione in terza persona, come se ascoltassimo il suono prodotto da qualcun altro.

Ecco perchè il mestiere dell’attore è così altamente considerato negli ambienti della ricerca interiore. In realtà siamo tutti degli attori, solo che nella stragrande maggioranza dei casi non ci accorgiamo che quello che stiamo facendo è recitare un copione, credendo di essere invece spontanei. Gli attori più che altri imparano ad usare la voce come uno strumento. E per farlo imparano prima ad usare il proprio emotivo allo stesso modo.

Ma senza entrare in teatro, studiare il suono della propria voce, imparare ad usare questo strumento senza voler recitare, ma semplicemente per poter esprimere chiaramente quello che abbiamo all’interno, è un atto estremamente importante, dai risvolti interiori spesso pregnanti ed inaspettati.

Ad esempio: proviamo a ricordare la voce di nostra madre, quando eravamo dei cuccioli d’uomo. Se riusciamo a ricordarlo allora possiamo subito capire quale potrebbe essere il primo effetto che potremmo avere su chi ci sta vicino: lenire le sue sofferenze. Tanto poco importa quello che si dice in questi casi, quanto invece conta il calore e la dolcezza con cui possiamo accompagnare chi soffre accanto a noi, condividendo quel peso anche solo magari per pochi secondi: ma sono secondi di eternità in cui qualcuno, accanto a noi, non si è sentito solo.

E scusate se è poco!

Francesco Amato

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